·
Terrorismo, pace, impegno politico
Intervista di "Camminiamo Insieme", rivista Rover/Scolte dell'AGESCI,
maggio 2002
-
Caro Giovanni, ci risiamo. Ancora una volta siamo a fare i conti con un
omicidio di un servitore dello Stato. Come è stato per tanti, da
Moro a Ruffilli, da Falcone a Borsellino, da D’Antona a Biagi. Come è
stato per tuo padre.
Lí per lí me lo sono detto anch'io: ci risiamo. Non solo
pensando ad un'altra famiglia pacifica, onesta e cristiana colpita a tradimento.
Ma anche ad un paese che non sarà mai normale, all'incubo di un
passato che non passa mai: l'incubo di una sovranità limitata, di
un sistema politico, economico e sociale nel quale periodicamente, all'improvviso,
rientra in scena l'omicidio come arma politica impropria che di volta in
volta ottiene l'effetto di spaventare deviare condizionare o addirittura
criminalizzare e mettere a tacere una sana e necessariamente vivace dialettica
democratica e sindacale.
-
Ancora si crede che uccidere l’uomo significhi uccidere
la passione civile che lo anima, l’idee che porta con sé, la voglia
di cambiare la società attraverso lo sforzo di individuare qualcosa
di migliore. Com’è possibile?
Uccidere l'uomo significa uccidere la passione civile
che lo anima? Sul lungo periodo credo di no: se il sangue dei martiri era
seme per la fede di tanti nuovi cristiani, anche per l'impegno civile l'esempio
e il sacrificio di chi serve le istituzioni e il proprio paese può
essere, ed è stato nel passato, seme di impegno e molla di rivolta
morale e di riscossa. Ma sul breve e medio periodo, purtroppo, l'omicidio
è efficace: spegne esistenze significative, e con esse l'impatto
positivo che avevano sulla società. In piú spaventa altre
persone in gamba distogliendole dal desiderio d'impegnarsi: meglio, per
chi insegna all'università, stare a casa e fare i propri studi;
meglio, per chi fa il magistrato o il giornalista, non occuparsi d'inchieste
che riguardano mafiosi, terroristi o politici corrotti. Meglio le telenovelas,
lo stadio, la discoteca: il mondo è complesso brutto e violento,
inutile tentare di capirlo e trasformarlo. Venti o trent'anni fa i terroristi
sintetizzavano questa triste verità col truce motto: colpiscine
uno per educarne cento. Per questo il terrorismo si chiama terrorismo.
-
Secondo te la democrazia in Italia corre il rischio
di venti anni fa, quando il terrorismo voleva scardinarla con gli attentati?
In un primo momento, ti dicevo, verrebbe a tutti spontanea
la riflessione "ci risiamo, non ne usciremo mai". Ma la situazione di oggi
è molto diversa. Da almeno quindici anni la struttura militare delle
organizzazioni terroristiche di destra e di sinistra è stata completamente
smantellata, e, quel che piú conta, è definitivamente scomparsa
l'area di simpatia e contiguità su cui contava e prosperava il terrorismo,
fatta di nuclei minoritari, anzi minuscoli (ma violenti o violentissimi
nelle parole e nei fatti), presenti un po' in tutte le scuole e in tutti
i luoghi di lavoro. Fra i primi anni settanta e i primi anni ottanta si
può dire che ogni settimana, fra manifestazioni non autorizzate,
attentati mortali e non (in un primo periodo i terroristi sparavano alle
gambe), scontri fisici fra gruppuscoli politici extraparlamentari di vario
colore, per non parlare di rapimenti, bombe sui treni e rapine che finanziavano
il terrorismo stesso, la cronaca registrava violenze politiche di ogni
tipo. Oggi questi sono solo brutti ricordi per quelli della mia età,
cose quasi incredibili per quelli che hanno vent'anni.
-
Ma allora gli anni del terrorismo sono finiti o dobbiamo
ancora temere?
La situazione è oggi, ripeto, molto diversa da
allora. Dopo la metà degli anni ottanta quel terrorismo è
sparito. Dalla fine degli anni ottanta ad oggi, poi, la democrazia italiana
è profondamente mutata per tante ragioni, difficili da sintetizzare.
La piú importante è forse la piú recente: l'ingresso
nel gruppo di testa dell'Euro ha, a mio avviso, non solo ridotto enormemente
i nostri rischi economici, ma ha anche reso meno fragile la nostra democrazia.
Ciò non vuol dire che la democrazia italiana ed europea non corra
oggi alcun rischio: ogni generazione, diceva mio padre, deve pagare un
prezzo se vuole trasmettere la libertà alla generazione successiva.
Ma i rischi sono diversi. Il terrorismo di oggi è totalmente privo
di radici nella società, ed è per questo anche piú
oscuro e difficile da collocare rispetto al passato (sul quale pure pesano,
e penso soprattutto al caso Moro, ombre e misteri non del tutto chiariti).
Certo, con un po' d'imbecillità e faciloneria, non è impossibile
fornirgli nuove radici - penso ad esempio ai Black Bloc di Genova e in
genere alla possibilità d'infiltrazione e inquinamento violento
nell'area del cosiddetto antagonismo sociale. Oltre a questo ci sono altri
rischi per la libertà - per ora solo in Italia - che non c'erano
allora: la concentrazione della quasi totalità di giornali, radio,
televisioni e perfino cinema e case editrici nelle mani di uno solo, che
per giunta è adesso anche capo del governo. Oppure, su scala mondiale,
la concentrazione del software, anche quello di rete, nelle mani di uno
solo. Ma il verbo temere si addice ai fifoni. Martin Luther King ricordava
questo proverbio: "La Paura bussò alla porta. La Fede andò
ad aprire. Non c'era nessuno." Oggi come nei lontani anni del vero terrorismo,
non chi teme per le sorti la democrazia, ma chi la ama, chi crede in essa,
chi è disposto a pagare per essa un prezzo può sperare di
farla irrobustire, trasmettendola alla generazione successiva.
-
Mentre stiamo facendo l’intervista continuano a giungere
dalla Palestina, la terra calpestata da Gesù, notizie terrificanti
di morte e distruzione. La cosa che più colpisce è che ragazzi
di sedici anni, poco più piccoli dei nostri R/S, in nome di una
idea, rendono il loro corpo strumento di morte per sé e per gli
altri. Se c’è chi, per le sue idee, è stato ucciso, oggi
assistiamo a un nuovo fenomeno nel quale, per le proprie idee, ci si uccide
e si uccide.
Ieri ho partecipato alla manifestazione "Israele deve
vivere" insieme a molti amici della comunità ebraica di Roma. Per
commentare la tragedia della Palestina ci vorrebbero molte parole. Questa
mia scelta di ieri può risparmiarne alcune. Sono convinto del diritto
all'esistenza d'Israele. Sono altresí convinto che la politica del
suo premier Sharon, oltre a fare del male a tanti innocenti, stia molto
danneggiando Israele. Sono infine convinto che Arafat abbia responsabilità
altrettanto, se non piú gravi di Sharon - prima fra tutte quella
di non aver firmato la pace con Barak e Clinton, il che, oltre a mantenere
aperto il conflitto che oggi insanguina quella regione, ha spianato la
strada elettorale a Sharon (in Israele infatti, contrariamente a tutti
gli stati confinanti, vige la democrazia rappresentativa basata su libere
elezioni). Almeno due generazioni sono cresciute nell'odio nell'insicurezza
e nel non riconoscimento del reciproco diritto alla coesistenza pacifica:
in queste condizioni è a mio avviso un fatto notevole che non ci
siano kamikaze anche fra i giovani israeliani, non è strano il fatto
che ne esistano fra i palestinesi. Il problema della sicurezza di Israele
e del diritto dei palestinesi è tragicamente complesso e meriterebbe
molte altre riflessioni, ma non si può fare a meno di parlarne almeno
sommariamente quando ci s'interroga sui ragazzi che si fanno saltare per
aria insieme a passeggeri di autobus che tornano dal lavoro o da scuola,
o frequentatori di bar e pizzerie.
-
Ma esiste davvero qualcosa per cui vale la pena uccidersi
e farsi uccidere?
Dividerei la domanda in tre parti: (1) Esiste qualcosa
per cui vale la pena uccidersi? In linea di principio no, ma a volte è
difficile distinguere un'azione virtuosa che porta con sé un enorme
rischio (ad esempio tentare di salvare qualcuno in un incendio o in un
naufragio) da un vero e proprio suicidio. (2) Esiste qualcosa per cui vale
la pena farsi uccidere? Direi di sí, almeno per un cristiano: l'amore
di Dio e del prossimo. Per questo amore ha affrontato la morte Gesú;
per questo, sulle sue orme, l'hanno affrontata molti cristiani. A volte
in modo piú evidentemente legato all'amore di Dio, come Pietro e
Paolo a Roma (e altri, lontano da Roma, anche oggi); a volte per amore
del prossimo, come Massimiliano Kolbe, che offrí la sua vita nei
lager per salvare quella di un altro. Si diceva ribelle per amore anche
un'altra vittima dei lager nazisti, il partigiano cristiano Teresio Olivelli.
E questo introduce la terza parte, che in realtà aggiungo io e mancava
nella domanda originale: (3) esiste qualcosa per cui vale la pena uccidere
qualcun altro? La risposta mi pare molto simile a quella del suicidio:
in linea di principio no, ma a volte è difficile distinguere un'azione
virtuosa che porta con sé un enorme rischio di far del male o uccidere
(ad esempio tentare di difendere da un aggressore un bambino in pericolo)
da un vero e proprio omicidio. In altre parole, mentre è inconcepibile,
almeno per un cristiano, proporsi a freddo di suicidarsi e/o di uccidere
qualcun altro (come nel caso dei kamikaze, ma anche della pena di morte,
attualmente in vigore non solo in Cina o in Nigeria, ma anche negli Stati
Uniti), si possono dare situazioni nelle quali ci si trova di fronte a
scelte eroiche o tragiche, e non è sempre ovvio dove sia il bene
maggiore o il male minore. Il partigiano cristiano Teresio Olivelli, ribelle
per amore, o i 9500 soldati italiani morti a Cefalonia con le armi in pugno
dopo l'8 settembre del 1943, commemorati l'anno scorso dal presidente Ciampi
(qualcuno avrà visto il bellissimo speciale Tg1 curato da Paolo
Giuntella, mio ex vecchio lupo e capo Clan), fanno riflettere su questi
dilemmi.
-
Esistono nella vita, soprattutto in quella di un cristiano,
dei paradossi da vivere. Uno di questi è dover conciliare la giustizia
con il perdono. Il Papa stesso ha ricordato che non ci può essere
pace senza giustizia e giustizia senza perdono. Facile è cadere
da una parte nel "buonismo" e dall’altra nella regola dell’ "occhio per
occhio". Dopo l’assassinio di tuo padre ti sarai inevitabilmente scontrato
con queste parole. Esiste un compromesso? Com’è possibile trovare
un equilibrio?
Ho già chiacchierato molto. La risposta è
appunto sviluppata a fondo nel messaggio del Papa per l'ultima giornata
della pace, che consiglio a chiunque non l'abbia letto, ed è all'incirca
questa: sul medio e lungo periodo quello che appare come un paradosso risulta
invece l'unica via ragionevole per costruire la pace. Anche la mia esperienza
e l'esperienza italiana col terrorismo lo suggeriscono. Non l'ho detto
prima, ma il fatto che l'azione repressiva della giustizia sia stata accompagnata,
nel nostro Paese, da un atteggiamento di riconciliazione e perdono da parte
di diverse famiglie delle vittime e da una legislazione tutto sommato umana
sulle pene alternative al carcere (anche se ancora molto c'è da
fare) ha stroncato l'odio sul nascere e contribuito ad un rapido ed efficace
superamento di quegli anni. Giustizia e perdono sono due facce della stessa
medaglia. Il Papa dice in relativamente poche pagine molte cose importanti
su questo argomento, come ho avuto occasione di scrivere anche in un "pezzo"
per il quotidiano Avvenire; se ai lettori di Camminiamo Insieme può
interessare un approfondimento, potreste indicare loro le pagine web su
cui trovare il discorso del Papa (eventualmente anche quel mio articolo,
molto meno importante).
-
Viviamo in un periodo in cui i giovani vengono accusati
di non provare lo stesso attaccamento verso la Patria avuto dai nonni o
dai padri. La tua esperienza e quella di tuo padre ci insegnano che la
Patria può essere servita in molti modi. Dall’impegno in politica
al coraggio delle proprie idee. Come può oggi servire la patria
chi sente forte il desiderio di farlo ma non intravede lo strumento?
Veramente proprio mio padre e lo scoutismo mi hanno
insegnato che il primo e piú importante modo di servire la Patria
è quello di fare bene il proprio lavoro ed essere fedeli ai propri
impegni familiari, parrocchiali, associativi. A questa scuola s'impara
e si mette alla prova, con l'aiuto di Dio, la propria capacità di
servire gli altri. S'impara anche che per amare e servire gli altri, anche
nei contesti piú semplici e quotidiani, non basta essere illuminati
dalla fede ed accesi dal desiderio del bene, ma occorre da un lato conoscere
l'altro, gli altri, l'ambiente in cui si vive e la sua storia, e dall'altro
avere in mano un metodo con cui affrontare i problemi. In altre parole
ci vuole conoscenza e competenza, come ricordava quasi quarant'anni fa
Giovanni XXIII nell'enciclica "Pacem in Terris. Quando questa parte ordinaria,
eppure cosí difficile, della vita è ben impostata, è
fatta: il resto viene da sé. Abbiamo realizzato la nostra promessa
scout, e se il Signore - attraverso la vita e la storia - ci chiamerà
ad ampliare l'orizzonte del nostro servizio a forme nuove e anche pubbliche,
noi "saremo pronti", come dice il motto degli Scout. Questa, almeno, è
la storia delle persone piú significative ed incisive da me incontrate,
a cominciare da Romano Prodi, nella mia breve esperienza politica del 95-96.
-
Una canzone a noi cara, come crediamo anche a te, "Blowing
in the wind", ci sollecita ancora una volta a domandarci "quanto ci vorrà
ancora prima che l’uomo capisca che troppi uomini sono morti". A noi piace
far accompagnare i nostri desideri da un tocco di sana utopia; e allora,
quanto ci vorrà ancora per capire che niente giustifica la morte
di un uomo?
La domanda della canzone è bella e drammatica.
In proposito mi ha consolato un anno fa, mentre l'ultimo dei nostri quattro
figli si preparava alla prima comunione, vedere una lunghissima (molti
metri) striscia di carta preparata dalle sue catechiste. Cominciava con
il Big Bang, circa 15 miliardi di anni fa; poi girava sulle quattro pareti
della stanza del catechismo, scandita da vari eventi: a circa un terzo
c'erano disegnati i primi organismi viventi e le piante, a circa due terzi
i primi mammiferi, e verso la fine c'era il disegno di un omino con la
clava in mano: l'homo erectus, solo 1-2 milioni di anni fa! Nell'ultimo
pezzetto poi, pochi centimetri dalla fine (che rappresentava il presente),
c'era (dopo altri punti vicinissimi che rappresentavano Abramo e Mosè)
un puntino rosso: Gesú, incarnazione, rivelazione, morte e risurrezione.
-
Che c'entra questo con la canzone di Dylan?
La striscia della storia del catechismo di mio figlio
suggerisce che, sulla scala temporale della nostra storia di uomini, la
piena rivelazione dell'amore di Dio in Gesú è cosa molto,
molto recente. A noi 2000 anni sembrano tanti, ma per centinaia di migliaia
di anni siamo stati inseparabili dalla nostra fedele clava; occorre quindi
prevedere, senza scoraggiarci, che ci vorrà ancora molto tempo prima
che l'odio sia definitivamente estirpato dal nostro cuore e il progetto
di Dio sull'uomo compiuto per tutti, su tutta la Terra. Noi aspettiamo
e prepariamo quel giorno, cui probabilmente assisteremo solo dopo la risurrezione
dai morti. Nel frattempo non ci meravigliamo troppo che il male esista
ancora dentro e fuori di noi, ma andiamo avanti, certi che il bene sia
destinato a vincere alla fine.
-
Da scout a scout, o perlomeno ex-scout: come si può
essere dei "buoni cittadini" in un momento in cui la partecipazione, soprattutto
politica, sembra essere solo materia per specialisti?
La promessa scout dovrebbe valere per sempre, quindi
mi ritengo ancora scout. Rispondendo: l'ho già detto prima, e lo
sintetizzo con le parole di una vecchia canzone di Lucio Dalla: "ma l'impresa
eccezionale, dammi retta, è di essere normale". Credo che la cattiva
politica sia frutto di una cattiva società: se tutti facessimo meglio
il nostro dovere, fossimo piú onesti e leali, meno inclini alle
scorciatoie e alle furberie, a cominciare dal lavoro e dallo studio di
tutti i giorni, anche i nostri rappresentanti politici, che ci somigliano
tanto, sarebbero migliori. Alla fine ogni Paese ha i politici che si merita:
molti difetti della nostra classe politica riflettono i nostri difetti.
Per questo sono convinto che il lavoro educativo, missione dell'AGESCI
ma anche degli insegnanti di ogni ordine e grado, e anche di tutti i genitori,
sia uno dei modi piú importanti di partecipare alla crescita anche
politica del proprio paese. Ma certo in un sistema politico sano e funzionante
dovrebbero esistere, almeno per chi vuole partecipare piú da vicino
alla politica in senso stretto, spazi tempi e modi normali e sostenibili
di animazione, incontro e confronto sul territorio fra partiti politici
e singoli cittadini (a maggior ragione movimenti e associazioni). Chi ha
voglia di lavorare per l'ambiente o per i disabili trova molti ambiti in
cui un volontario che ha voglia d'impegnarsi è il benvenuto, e viene
subito utilizzato e valorizzato. Questo con la politica non succede, salvo
rare eccezioni. Se stiamo qui a domandarci come si fa a partecipare alla
vita politica vuol dire quindi che qualcosa si è gravemente inceppato
e il momento non è molto propizio da questo punto di vista. In queste
condizioni la mia opinione (e anche la mia personale scelta: sono da tempo
tornato alla vita di tutti i giorni, dopo un intenso anno di politica attiva
fra il 95 e il 96) è che non valga la pena d'infilarsi, o provare
ad infilarsi a tutti i costi in uno dei troppi partiti, diventando magari
in breve tempo un altro dei troppo numerosi professionisti della politica
che compaiono solo sotto elezioni e fanno scappare le persone normali non
appena aprono bocca. A me pare meglio utilizzare questo temporaneo deficit
- in sé negativo - di partecipazione, quest'intervallo di forzata
stasi dell'impegno diretto, per "portarsi avanti" acquistando conoscenze
e competenze, ed essere cosí pronti a servire, anche con la politica,
quando ci sarà (e sarà fra pochi anni, ne sono certo) di
nuovo bisogno di molta gente normale come noi, e si riapriranno nuovi canali,
stavolta funzionanti, di partecipazione popolare. Insomma direi: ancora
per un po', meglio studiare che agire ad ogni costo: leggere bene almeno
un quotidiano; riflettere sull'Europa e sul mondo, sulla politica e sull'economia,
magari leggendo qualche libro; confrontarsi in gruppo, invitando persone
valide a farci qualche lezione. Naturalmente con le orecchie tese, scrutando
l'oscurità, pronti a partecipare, se ci sembra che lo meritino,
anche ad azioni collettive immediate: ma senza mai dimenticare il nostro
motto, che ci vuole sempre pronti, né quello che diceva anche Gramsci,
dal carcere, ai giovani del suo tempo: preparatevi, perché avremo
bisogno di tutta la vostra intelligenza.
links:
Messaggio
del Papa per la giornata della Pace 2002
"Ma
giustizia e perdono non fanno a pugni", Avvenire 30/12/2001
|