Margine Nov.2000
Vittorio Bachelet e la responsabilità della politica
Ricordi di un anno speciale
di Giovanni B. Bachelet, in Il Margine, mensile dell'associazione
culturale Oscar A. Romero, n.10 (2000)
Nel '76 avevo 21 anni, e, oltre a fare il terz'anno di Fisica e gli
Scout, partecipai per la prima e forse unica volta in vita mia (insieme
a mia sorella ed altri amici) ad un congresso della DC. Non eravamo iscritti,
ma il circolo "Francesco Luigi Ferrari" di Paolo Giuntella e Pio Cerocchi,
solitamente dedito a letture entusiasmanti ma non sempre leggerissime (come
l'intera Gaudium et Spes o il Personalismo di Mounier), aveva
per una volta rotto gli indugi intellettuali in favore dell'azione: con
striscione autoprodotto e clima da stadio, si era compattamente diretto
al congresso DC dell'Eur al grido di "Zac Zac vincerà".
In genere le cause e i leaders per cui tifavamo perdevano sempre. Quella
volta Moro e Zac vinsero. Pensammo ingenuamente che un po' di quella vittoria
fosse anche merito nostro: il grande fulmine "Zac!" del nostro striscione
era stato annotato perfino in un quotidiano nazionale. Fummo, per una volta,
fieri di essere chiamati democristiani, anche se di noi solo pochissimi
erano davvero iscritti. Ricordo ancora il mio arrivo a lezione, direttamente
dall'Eur, col Popolo sotto il braccio; in quegli anni ci voleva un po'
di coraggio, specie a Fisica. Così quando, qualche settimana dopo,
Zaccagnini e Moro chiesero a mio padre di candidarsi con la DC alle elezioni
del 20 giugno, noi ragazzi non avevamo dubbi, e lo incoraggiavamo con ogni
argomento. Anche Paolo Giuntella, allora trentenne e in apparenza più
"scapigliato" di lui, era pronto a buttarsi se glielo avessero chiesto.
Dal basso dei miei 21 anni non ero probabilmente in grado di cogliere appieno
le perplessità di mio padre (che allora ne aveva 50), ma diversi
aspetti ed episodi di quei giorni mi sono rimasti impressi.
Una chiara distinzione
Una perplessità era certamente legata al suo recente impegno come
presidente dell'Azione Cattolica, fino al 1973. La Gaudium et Spes,
da lui spesso citata, diceva:
"È di grande importanza, soprattutto in una società
pluralistica, che si abbia una giusta visione dei rapporti tra la comunità
politica e la Chiesa, e che si faccia una chiara distinzione tra le azioni
che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come
cittadini, guidati dalla coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono
in nome della Chiesa, in comunione con i loro pastori. La Chiesa, che in
ragione del suo ufficio e della sua competenza in nessuna maniera si confonde
con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema
politico, è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente
della persona."
Una simile libertà e chiara priorità dell'orizzonte ultraterreno
rispetto alle cose di questo mondo, benché antiche quanto il Vangelo
(a che giova conquistare il mondo se poi si perde l'anima?), erano frutto
di un cammino luminoso ma anche faticoso per la Chiesa, per l'Azione Cattolica
Italiana e per la sua Presidenza in anni relativamente recenti.
Accettare un impegno politico avrebbe potuto giovare ad un Paese in
crisi economica e politica, ad una DC forse rinnovabile, ad un'opinione
pubblica disorientata da ondate di radicalismo ed estremismo, e in fondo
anche ad un mondo cristiano in fermento, che vedeva errori e drammi (veri)
nella DC, ma sorvolava spesso sulle travi nell'occhio di altri movimenti
e partiti allora molto di moda. Ma c'era anche la seria possibilità,
diceva mio padre, che quest'impegno incidesse ben poco sul Paese, che l'ennesimo
passaggio dalle file dell'Azione Cattolica a quelle del "partito cattolico"
desse soltanto una modesta boccata d'ossigeno ad una politica ormai cronicamente
malata, al prezzo, invece, di un danno certo: riproporre automatismi, collateralismi
e perniciose commistioni fra fede e politica, che con tanta fatica erano
stati messi finalmente in soffitta.
Gli segnalavo, nella mia foga zaccagniniana, che forse un rinnovamento
della DC e del Paese era ancora possibile, e che tre anni di vedovanza
(rispetto alla presidenza AC) non erano tanto pochi. Papà era buono
ma non fesso; vedeva con chiarezza i limiti propri, i limiti oggettivi
della situazione nazionale, e il fatto che il suo impegno politico sarebbe
stato comunque ricondotto alla sua precedente responsabilità associativa
nella Chiesa. Ma in quella convulsa vigilia elettorale anche quest'argomento
poteva essere a doppio taglio. Non erano pochi i cattolici (molto più
democristiani di me! diceva mio padre scorrendo sconsolato i nomi di alcuni
amici) che avevano già clamorosamente pubblicizzato scelte elettorali
tutt'altro che democristiane.
Due cari amici — Raniero La Valle e Piero Pratesi — si erano ad esempio
schierati col PCI. Un altro significativo gruppo di amici, la Lega Democratica,
aveva speranzosamente dichiarato per bocca di Pietro Scoppola, al congresso
dell'Eur, di sentirsi "sulla soglia"; ma poi, al momento di fare le liste,
aveva rifiutato, dopo dura trattativa, di candidare propri uomini nella
DC. Insomma, proprio nel fatidico anno in cui il comando della DC era in
mano ai "nostri" (Moro e Zaccagnini), e la DC rischiava forse, come nel
'48, il sorpasso da parte del PCI, i nostri amici cattolici apparivano
ripartiti fra sfavorevoli e contrari1.
Se un "eccomi" di mio padre poteva essere frainteso e strumentalizzato,
ormai anche un suo "no grazie" sarebbe stato quasi certamente strumentalizzato
in senso opposto. Che fare? Consultarsi con vecchi amici preti o vescovi
che avevano condiviso tante sue avventure, magari con lo stesso Paolo VI?
Quando gli accennai questa possibilità, mio padre mi disse: Eh,
poveretti, ma che cosa vuoi che mi dicano? Mi diranno bravo, bravo, impegnati!
Ma in politica è meglio sbagliare da sé, è meglio
non mettere di mezzo l'autorità della Chiesa. Non è ovvio
quale sia in questo caso il mio dovere di cittadino e di cristiano, in
quale modo si fa davvero il miglior servizio al Paese. Se azzecco è
un bene per tutti, se non azzecco avrò sbagliato io e non il Papa:
purtroppo in queste cose non è infallibile nemmeno lui.
Le elezioni del 1976
Alla fine, comunque, decise d'impegnarsi, e la DC gli propose dapprima
un seggio sicuro al Senato, poi uno alla Camera, poi il ruolo di capolista
al Comune di Roma, infine quello di numero 2 nella lista del Comune (il
numero 1 alla fine fu di Andreotti che, diversamente da lui, era candidato
anche alla Camera). Non racconto i dettagli di questi vari rimbalzi verso
candidature sempre meno prestigiose e meno sicure, che sarebbero magari
istruttivi; mi limito ad un solo, vivido ricordo. A seguito di questi rimbalzi,
forse pentito per averlo poco prima incoraggiato, dissi a mio padre: hanno
ragione quelli della Lega Democratica; manda a quel paese anche tu questi
lazzaroni, e non pensarci più. Ma lui mi disse: quelli della Lega
si proponevano d'incidere, di contare come gruppo nel futuro Parlamento;
io voglio solo dare una mano: non m'importa se conterò poco. E poi
queste turbolenze dell'ultim'ora, queste cattiverie verso i pochi amici
veri che non si sono ancora squagliati, dimostrano che Moro e Zaccagnini
hanno bisogno di aiuto più di quanto immaginavamo.
Così, mentre Paolo Giuntella si lanciava all'assalto con l'ancor
meno promettente numero 44, mio padre accettò di fare il numero
2 nella lista DC per il Comune di Roma, ruolo non molto ambito visto che
si prevedeva (come poi effettivamente avvenne) che a Roma la DC avrebbe
comunque perso maggioranza e sindaco. Il già citato amore e rispetto
sia per l'autorità ecclesiastica che per la responsabile autonomia
dei cristiani nelle cose temporali gl'impedì però, in tale
contesto, di aderire all'idea di un giovane prete, don Di Liegro, che voleva
promuovere e rendere visibile un gruppo di "candidati cattolici" nell'ambito
delle liste DC. Adesso ne staranno ridendo insieme, visto che nel frattempo
anche don Luigi è morto all'improvviso. Ma allora a mio padre l'idea
pareva grottesca, clericale, controproducente rispetto al fine di dare
una mano alla DC, antitetica rispetto alle proprie più profonde
convinzioni in fatto di fede e politica. Benché questo gruppo nascesse,
quindi, senza l'appoggio di mio padre, egli fu poi ugualmente incluso,
come membro onorario, in un memorabile "santino" elettorale che compendiava
i volti nuovi della DC per il Comune (per lo più provenienti da
associazioni o movimenti). Fra i nuovi, oltre a Paolo Giuntella, Silvia
Costa ed altri, c'erano anche due ciellini. La loro presenza nelle liste
DC era una delle novità del '76: fino a quel momento, salvo la battaglia
sul divorzio, il loro peculiare mix (intransigenza cristiana, polemica
antiborghese, terzomondismo, movimentismo studentesco) sembrava escludere
collocazioni politico-parlamentari tradizionali.
Dopo una campagna elettorale combattuta generosamente e per molti di
noi inedita, venne finalmente il 20 giugno: in Parlamento il PCI di Berlinguer
crebbe, ma la DC crebbe di più: Zac e Moro ce l'avevano fatta, e
noi, tifosi della "nuova DC" che secondo il loro slogan era "già
cominciata", eravamo in delirio. Al comune di Roma Andreotti venne eletto
con la consueta valanga di preferenze (non ricordo se centomila o più),
ma anche mio padre, nel suo piccolo, se la cavò bene (mi pare venticinquemila);
la vera rivelazione furono i due giovani ciellini, circa sconosciuti, che
si piazzarono a metà strada fra mio padre e Andreotti. Il commento
di mio padre a questo particolare aspetto dei risultati comunali fu: Vedrai
che alle prossime elezioni i ciellini saranno arruolati da Andreotti. A
parte la birboneria della motivazione ("gli sono andati troppo vicini"),
a me la profezia sembrava assolutamente irrealizzabile: lo stile umano
e politico dei ciellini di allora era quasi agli antipodi di quello andreottiano.
Invece, anche se mio padre non fece purtroppo in tempo a vederla realizzata,
si rivelò completamente azzeccata.
Comunque, nonostante la presenza di Andreotti, di mio padre e di tanti
volti nuovi, a Roma la DC perse, come temuto, la maggioranza in consiglio
comunale, e Giulio Carlo Argan, storico dell'arte, indipendente nelle liste
del PCI, fu eletto sindaco da una maggioranza di sinistra. Il lavoro di
mio padre al Consiglio Comunale di Roma lasciò un segno profondo
in lui e, come ho scoperto nel corso degli anni, anche in altri colleghi
del consiglio comunale (fra cui l'allora ventunenne Veltroni). Di quella
breve epoca ricordo con chiarezza una notevole delusione rispetto al gruppo
consiliare DC. Mio padre diceva spesso che non erano capaci di fare opposizione,
che una volta mollato l'osso del potere i DC romani sembravano pugili suonati,
che sembravano pronti a tutto pur di riprendere al più presto, in
qualsiasi modo, a governare.
L'elezione al CSM
Verso la fine del '76 venne dalla DC la proposta di una candidatura al
Consiglio Superiore della Magistratura. Il CSM aveva (ed ha tuttora, credo),
tre membri di diritto, venti membri "togati" eletti dai magistrati e dieci
"laici", scelti fra esperti e professori universitari di materie giuridiche,
eletti dal Parlamento. La DC intendeva proporre il suo nome per questo
secondo gruppo. Ricordo mio padre e Franco Salvi (carissimo amico di mio
padre, scelto in questo caso da Moro per fare da ambasciatore), in un pomeriggio
pieno di sole, che facevano su e giù passeggiando e chiacchierando
sulla via sotto casa nostra. Alla proposta di elezione come membro laico
del CSM era abbinata fin dall'inizio l'idea che mio padre fosse successivamente
eletto vicepresidente. Questi ha in pratica funzione di presidente, perché
il presidente della Repubblica presiede il CSM solo nelle grandi occasioni.
Mio padre prese del tempo per decidere; anche qui temo di averlo entusiasticamente
incoraggiato, e del resto lo fecero anche altri carissimi amici come Carlo
Moro; mio padre accettò, benché nemmeno allora i tempi fossero
facili per i magistrati e per la giustizia.
Mentre la prima parte dell'operazione fu trionfale (tra i laici mio
padre fu il più votato dal Parlamento), la seconda, cioè
l'elezione a vicepresidente, fu sofferta. Le sinistre, PSI in testa, tentarono
di scombinare il gioco della DC proponendo come vicepresidente non mio
padre, bensì un altro dei quattro membri laici di designazione DC,
Conso. E giocarono pesante: presentarono, all'incirca, un Conso cattolico
ma aperto e progressista contro un Bachelet clericale e oscurantista; cosí,
almeno, sintetizzavano i settimanali laici, anche allora ben informati
sul mondo cattolico. Mio padre non aveva alcuna difficoltà a votare
Conso, che stimava molto, ma la DC (ritengo Moro in persona) s'impuntò
per ragioni di principio e, nonostante la compatta opposizione delle sinistre,
impose di strettissima misura il candidato originario (mio padre), anche
attraverso la partecipazione e il voto determinante di Leone, allora presidente
della Repubblica. Ma se mio padre fu eletto — e conquistò, in breve,
stima e simpatia anche fra quelli che gli avevano votato contro — ciò
fu anche grazie a Conso: il candidato che le sinistre avevano tentato di
montare come l'anti-Bachelet votò Bachelet anziché se stesso.
Più passano gli anni e le esperienze si susseguono (nell'università,
nella politica, nella chiesa), più trovo rara e preziosa questa
generosità, questa capacità di credere in un amico e in una
causa comune più di quanto si creda nella piccola ma così
affascinante causa del proprio successo, del proprio quarto d'ora di celebrità,
della propria ascesa personale. Certo il disinteresse personale e la fedeltà
ad un ideale non bastano a qualificarne la bontà. Ma se abbiamo
resistito al terrorismo, ai poteri occulti, alla mafia, alle tangenti,
se siamo riusciti a raddrizzarci ed entrare in Europa, lo dobbiamo anche
a quelli che in ogni generazione, oltre ad essere intelligenti e sottili,
pii e buoni, professionalmente preparati, hanno trovato in qualche momento
cruciale il coraggio di scegliere, fra tanti dubbi, una squadra con cui
rischiare un pezzo di vita — a volte l'intera vita — per il progresso e
la libertà di tutti.
[Giovanni Bachelet]
[1]Inutile
dire che i ricordi si fermano al '76; successivamente, come ben sappiamo,
questi amici, da Scoppola a Lipari a Lombardi, per non parlare di Ruffilli
o Prodi, si sono via via buttati in prima linea con paragonabile coraggio
e generosità. E con tutti questi amici, inclusi La Valle e Pratesi,
ci siamo naturalmente ritrovati, vent'anni dopo, nel mitico Ulivo del '96.
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