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Il
potere del perdono e della riconciliazione in un mondo di odio
Contributo di
Giovanni
Bachelet al convegno “Attualità di Celestino V: potere e pace”, Sulmona
11-12/12/2004 Oggi
approfitteremo del bel tempo per salire all’eremo di Sant’Onofrio, in
cui egli
se ne stava rinchiuso quando la delegazione del conclave lo visitò per
annunciargli la fatale nomina…siamo costretti ad affrontare un sentiero
tortuoso, che in alcuni punti ci costringe a procedere carponi tra gli
anfratti
della roccia. La vista incantevole che si gode da lassú è un buon
pretesto per
sostare e riprendere fiato. Sotto di noi, sul pendio del monte, vediamo
i
ruderi della casa di Ovidio; piú in là, sul primo lembo del piano, la
vasta
badia di Santo Spirito; e dall’altro lato le superstiti installazioni
dell’ex
campo dei prigionieri di guerra. Procedendo sul nostro sentiero incontriamo un vecchio contadino che cerca erbe medicinali e conversiamo con lui. Egli ci racconta che in gioventú andò pellegrino alla Santa Casa di Loreto e, benché noi non lo mettiamo in dubbio, egli si denuda un braccio per mostrarci il tatuaggio turchino che lo attesta. Fu anche al cosiddetto “pellegrinaggio delle sette montagne” che fa capo al santuraio della Trinità, sopra Subiaco. Una volta, a suo dire, questi due pellegrinaggi erano, almeno in Abruzzo, un obbligo di coscienza per i buoni cristiani. In
quanto a San Pier Celestino, o come
si chiama, lui gli fa tanto di cappello, non ci mancherebbe altro, ma,
ci
confida, non è mai riuscito a sapere quali siano le sue competenze e
perciò non
ha mai saputo come regolarsi: in altre parole, nessuno gli ha mai
chiarito per
quali grazie o favori conviene pregarlo. Egli può aiutarti, cerco di
spiegargli, a salvarti dalle tentazioni del potere. Quando infine
capisce il
mio consiglio, egli è preso da un’ilarità a non finire. Poi dice con
gravità:
“Allora è un santo non per noi poveracci, ma per i preti”.[1] Tornerò
piú tardi sulle tentazioni del potere e su questo brano di Silone,
tratto dalla
premessa al suo pezzo teatrale “L’avventura di un povero cristiano”,
che, se
capisco bene, è anche il tema del pezzo teatrale cui stasera avrete
occasione
di assistere. Quando sono stato invitato qui ho ripreso in mano il
testo di
Silone per ritrovare la battuta che meglio ricordavo: AIUTANTE Vi
riferite all’invito di benedire le truppe in partenza per la Sicilia? CELESTINO Avete
indovinato. AIUTANTE Voi
sapete che è una spedizione legittima. Persistete nel vostro rifiuto? CELESTINO A qualunque costo. Ve lo
ripeto una volta per sempre: non posso benedire alcuna impresa di
guerra.
Sapete a che cosa si riduce l’insegnamento morale di Cristo? Dovreste
saperlo,
poiché anche voi vi dichiarate cristiano; ma ve lo ricordo per il caso
l’abbiate dimenticato. Si riduce a due parole: vogliatevi bene.
Vogliate bene
al prossimo, e anche ai nemici. Noi uomini siamo tutti figli dello
stesso
Padre.1 Avevo
vent’anni. Paolo Giuntella, allora
mio capo scout, ci aveva portati a teatro. Alle parole “non posso
benedire nessuna
guerra” prorompevano applausi a scena aperta. Chi avrebbe previsto che
trent’anni dopo un Papa, per altri versi lontano da Celestino V e
Giovanni
XXIII, avrebbe opposto un rifiuto altrettanto energico e definitivo
alla
strumentalizzazione della religione a fini di guerra? Il
suo messaggio della giornata della
pace del 2002, alla vigilia dell’intervento in Afghanistan, “senza giustizia non c'è pace, senza perdono non
c'è
giustizia”, non si prestava ad equivoci, cosí come –nonostante i
maldestri
tentativi del nostro governo e di qualche suo amico– non si presta ad
equivoci
la condanna della successiva guerra in Iraq. Anche il titolo del
messaggio del
prossimo Capodanno, “non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male
col
bene”, è, nella sua semplicità evangelica, molto chiaro. Dunque lo Spirito Santo, che
soffia dove vuole, ogni tanto soffia, per fortuna, anche su noi
cristiani,
sulla Chiesa, sui Pastori. Certo quando questi richiami cadono nel
vuoto e la
guerra comunque si fa viene la tentazione di dire: non serve a niente.
Un mio
zio un po’ all’antica, non molto progressista, diceva, all’epoca della
prima
guerra in Iraq: a che servono questi richiami del Papa contro la
guerra? solo a
far vedere che nessuno sta a sentire il Papa, che la Chiesa non conta
piú
niente. Gli dicevo allora, e ancora
di piú direi oggi, che sottrarre alla guerra la benedizione delle
religioni,
anche se lí per lí non serve a evitarla, inchioda i governi alle
proprie
responsabilità e disinnesca una formidabile spirale di paura e consenso
popolare. E che la Chiesa deve provare a dire la verità anche quando
nessuno la
vuol sentire. Che il nostro Fondatore non ci ha promesso applausi e
ovazioni,
ma offese e persecuzioni. Che ci ha detto con chiarezza che il suo
Regno non è
di questo mondo. Ma la nostalgia di una
maggiore influenza delle religioni organizzate sulle scelte dei governi
ce
l’abbiamo tutti. Non solo mio zio, ma anche molti cristiani che si
ritengono
pacifisti e progressisti sono convinti che, se il Papa o il Dalai Lama
contassero
di piú, le cose andrebbero meglio. Ad esempio su una rivista
cattolica ho letto un annetto fa un articolo in cui un santo sacerdote
buttava
lí, con nonchalance, l'affermazione che la democrazia
ha dimostrato di non funzionare e che quindi, nel riformare le Nazioni
Unite,
si dovrebbe dare potere di veto a una specie di Senato delle Religioni.
A me
pareva un'affermazione grave e gravida di conseguenze. Ho scritto alla
redazione di quella rivista, piena di miei amici: Capisco che in questo
momento
ci s'interroghi su quello che non funziona nelle democrazie, ma la
conclusione
non è precipitosa e al tempo stesso facilmente assorbita da un pubblico
deluso,
e perciò fortemente diseducativa nelle sue semplificazioni? E
soprattutto, la
cura proposta non è peggiore del male? La fame di giustizia e pace e la
delusione per la poca democrazia dovrebbero aprire la strada ad un
nuovo
assolutismo teocratico? Chi dovrebbe decidere quali siano le autorità
morali
che hanno diritto di parlare a nome di tutti e quali no? Rifiutare senza esitazioni
una nuova teocrazia non vuol dire, però, affermare che non c’è posto
per le
religioni in un mondo democratico. Al contrario: in un momento in cui
nuove
tecnologie promettono manipolazioni straordinarie, nel bene ma anche
nel male,
per la vita umana e per l’ambiente, e nuove teorie e prassi politiche
ed
economiche imperialistiche rimettono in discussione dalle fondamenta il
diritto
internazionale e in sostanza la pari dignità di tutti i popoli e di
tutti gli
esseri umani, le religioni hanno un ruolo cruciale da svolgere a
servizio del
bene di tutto il mondo, come hanno del resto già fatto in altri momenti
drammatici, ad esempio dopo la seconda guerra mondiale. Ma lo svolgono
e
l’hanno svolto formando uomini e donne liberi dall’idolatria e affamati
di
giustizia, e spingendoli a sviluppare conoscenze e competenze, in modo
che,
insieme agli altri uomini di buona volontà, possano concordare e
scrivere nuove
regole per un mondo che cambia. Penso all’influenza del pensiero di
Jacques
Maritain nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, di
cui ieri
ricorreva l’anniversario, o a quella di Moro e Dossetti alla
Costituente. E’ cosí che il ripudio della
guerra e della violenza e la potenza anche sociale e politica
dell’amore, del
perdono e della riconciliazione –dalla prima Perdonanza di Celestino V
ad oggi–
sono filtrati nella nostra Costituzione, nel processo d’integrazione
europea
che ha posto fine alle guerre sul nostro continente, nel superamento
del
terrorismo nel nostro paese, per me legato alla memoria di mio padre.
Hanno
giocato un ruolo centrale nella pacifica fine dell’apartheid in
Sudafrica,
nella conquista dei diritti civili dei neri in America negli anni di
John
Kennedy e Martin Luther King, e in altre storie a lieto fine, alle
quali ci
attacchiamo per poter ancora sperare. Ma questo contributo dei
cristiani ha
potuto nuovamente dispiegarsi solo quando le chiese hanno cominciato a
capire,
non sempre spontaneamente, che non spettava loro regolare in prima
persona le
cose di questo mondo. Il 20 settembre 1970, nel centenario di Porta
Pia, Paolo
Vi dichiarò che quell’evento era stato importante non solo per
l’Italia, ma
anche per la Chiesa, finalmente libera da compiti impropri. Avevo
quindici anni
ma non l’ho dimenticato. Le religioni predicano piú efficacemente e
credibilmente solidarietà e riconciliazione, giustizia e pace, quando
rinunciano ad ogni commistione col potere e puntano anima e corpo alla
missione
primaria di evangelizzazione e formazione delle coscienze. Gioia, forza
e
libertà accompagnano chi, fidandosi del Signore, rinuncia a trafficare
continuamente con governi, ministri, sottosegretari, ricchi e non
sempre
disinteressati benefattori. Questo, purtroppo, non è
ancora chiaro a molti di noi, laici, preti, vescovi, e anche non
credenti,
tutti interessati alla grande potenza di persuasione e penetrazione
capillare
di ogni religione e al suo possibile uso per qualche battaglia
politica, magari
anche buona. Era invece molto chiaro ai Padri Conciliari, come emerge
dalla
costituzione Gaudium et Spes; ma evidentemente per questo tipo
di conversione ci vogliono secoli, non decenni. San Pier Celestino, che
lo capí
settecento anni prima del Vaticano II, guidi e illumini noi e la nostra
Chiesa
in questa faticosa conversione, in questo sempre piú convinto distacco
dai
potenti di turno, che fu alla base, credo, della sua drammatica
rinuncia, il 13
dicembre del 1294. | ||||||||